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Autofagia e digiuno: perché nessuno sa dirti dopo quante ore parte

Su Instagram la frase torna di continuo, sotto la foto di un timer o di una tazzina di caffè nero: «dopo 16 ore parte l'autofagia». L'autofagia è reale, e il digiuno la stimola con forza negli animali e nelle cellule di laboratorio. Nell'uomo, però, nessuno ha mai misurato l'ora in cui si accende.

Qui trovi cosa è stato misurato nelle persone e cosa ha senso fare con un normale 16:8, cena alle 20 e pranzo alle 12. Verso la fine ci sono i segnali per fermarti se allunghi il digiuno.

1. Parti da cosa fa l'autofagia nelle cellule

L'autofagia è il sistema con cui la cellula chiude in una piccola sacca i pezzi vecchi o danneggiati, come proteine ripiegate male o mitocondri usurati, e li porta al lisosoma, che li smonta e ne ricicla i materiali. Lavora sempre a un livello di base e accelera quando la cellula è sotto stress, per esempio quando mancano i nutrienti: in quei momenti il riciclo la aiuta a tirare avanti. I passaggi molecolari sono nella voce del glossario sull'autofagia.

Nel 2016 il Nobel per la medicina è andato al giapponese Yoshinori Ohsumi, che negli anni Novanta aveva individuato nel lievito i geni che governano questo processo. Il premio riguarda il meccanismo, e in quel lavoro nessuno ha contato le ore di digiuno di una persona. Nei post sul digiuno, però, il suo nome compare spesso accanto a un orario.

2. Scopri da dove vengono le soglie di 16 e 48 ore

Le ore che circolano, 16 per chi fa il 16:8 e 24, 48 o 72 per chi punta ai digiuni lunghi, nascono soprattutto da esperimenti su topi e cellule in coltura. Lì le prove sono convincenti: diverse forme di restrizione alimentare attivano l'autofagia in modo netto e si accompagnano a una vita più lunga e più sana. Lo riconosce anche una revisione australiana del 2026 che mette a confronto gli studi sugli animali e quelli sull'uomo.

Sull'uomo, scrivono gli autori, i dati sono molto più scarsi, e quello che arriva al pubblico spesso poggia su basi fragili. Un topo poi consuma energia molto più in fretta di noi, e non esiste una tabella che converta le sue ore di digiuno in ore umane.

Il 16 coincide con lo schema più diffuso, e probabilmente la promessa gli è stata cucita addosso per questo. Nessuno degli studi sull'uomo citati qui ha misurato l'autofagia alla sedicesima ora: il più vicino ha fatto biopsie del muscolo a 12 e a 24 ore.

3. Distingui i marcatori dal flusso autofagico

La maggior parte degli studi sull'uomo misura la quantità di alcune proteine legate all'autofagia, come LC3-II e p62, in un campione di muscolo o di sangue preso in un certo momento. È una fotografia. L'autofagia invece è un processo che scorre, con materiale raccolto e poi digerito, e questo scorrimento si chiama flusso autofagico.

Pensa alla tangenziale di Milano alle otto di mattina. Una foto piena di auto può voler dire che ne entrano tante, oppure che l'uscita è bloccata. Con LC3-II succede lo stesso: se sale, il riciclo può essere più veloce oppure inceppato più avanti, e la foto da sola non lo dice. La revisione australiana lo scrive chiaro: i livelli statici di geni e proteine non bastano a stabilire che il processo sia attivo. Gli studi che hanno misurato il flusso sono molti meno, con risultati spesso negativi o poco chiari.

C'è poi il tessuto. Fegato e cervello non si possono campionare a piacere in una persona sana, così molti studi usano il sangue al loro posto, e quanto il sangue rispecchi gli altri organi resta da dimostrare.

4. Autofagia e digiuno prolungato: cosa dicono i muscoli

I dati più citati vengono da biopsie muscolari prese durante digiuni lunghi. All'Università di Copenaghen due gruppi di volontari, uno sedentario e uno allenato, hanno digiunato 36 ore, con biopsie della coscia a 2, 12, 24 e 36 ore. Alcuni marcatori dell'autofagia sono calati solo nei sedentari, e negli allenati diversi segnali che la regolano erano più bassi. La conclusione degli autori è che in 36 ore l'autofagia del muscolo è cambiata in modo modesto, e che l'allenamento modifica la risposta al digiuno.

All'ospedale universitario di Aarhus otto uomini sani sono stati studiati due volte, dopo la notte e dopo 72 ore senza cibo. Il digiuno ha ridotto di circa la metà l'attivazione di mTOR, una proteina che in parte tiene a freno l'avvio dell'autofagia quando i nutrienti abbondano, e ha alzato LC3B-II di circa il 30%. Anche p62, che durante l'autofagia viene smaltita, è salita di circa il 10%: secondo gli autori questo rende il flusso difficile da interpretare. Intanto il muscolo dell'avambraccio rilasciava più fenilalanina, un aminoacido che qui fa da spia della perdita di proteine.

Qualcosa si muove, in direzioni che non sempre vanno d'accordo, e nessuno dei due studi indica un'ora in cui parte la pulizia delle cellule.

5. Pesa lo studio di sei mesi e le frasi che leggi

Lo studio più vicino alla vita reale viene dallo stesso gruppo di Adelaide. Centoventuno adulti con obesità sono stati divisi a caso, per sei mesi, tra cure standard, restrizione calorica e digiuno intermittente combinato con una finestra alimentare ristretta. Questa volta i ricercatori hanno misurato il flusso, nelle cellule del sangue.

A due mesi i gruppi non si distinguevano. A sei mesi il gruppo del digiuno si staccava da quello delle cure standard, in un'analisi fatta a posteriori, e in parte perché nel gruppo di controllo il flusso tendeva a scendere. Rispetto all'inizio, dentro il gruppo del digiuno il flusso non è salito in modo significativo, e la restrizione calorica non ha fatto differenza. Gli autori stessi parlano di analisi esplorativa e chiedono altri studi.

Quando leggi una frase sull'autofagia, confrontala con questa tabella:

La frase che leggiCosa c'è dietro nell'uomoCosa puoi concluderne
«Dopo 16 ore parte l'autofagia»Nessuna misura a quell'oraUn'estrapolazione da animali e cellule
«A 72 ore l'autofagia è al massimo»Marcatori contrastanti nel muscolo di 8 uominiQualcosa cambia, il flusso resta incerto
«Il digiuno intermittente aumenta l'autofagia»Flusso nel sangue, 6 mesi, analisi esplorativaPossibile, da confermare
«Se hai fame, l'autofagia sta lavorando»Nessun sintomo indica il processoLa fame non è un indicatore dell'autofagia

6. Rimetti l'autofagia al suo posto tra le fasi del digiuno

Prendi un 16:8 all'italiana: cena finita alle 20, primo pasto alle 12 del giorno dopo, magari un piatto di pasta in pausa pranzo. In quelle 16 ore succedono cose misurate bene. Finita la digestione l'insulina scende, il fegato usa le sue scorte di glicogeno e, verso la fine, i grassi coprono una quota crescente dell'energia mentre i chetoni cominciano a salire. Gli orari, con le differenze da persona a persona, sono nella guida alle fasi del digiuno ora per ora.

Anche quella guida evita di dare un orario all'autofagia, perché nell'uomo manca un modo validato per seguirla ora per ora. È plausibile che in 16 ore, con insulina e nutrienti in calo, il riciclo lavori un po' di più in qualche tessuto: resta un'ipotesi, mai misurata alla sedicesima ora.

Il timer di FastTrack ti mostra in che fase sei mentre le ore passano, fino alla chetosi. Per il resto la domanda utile è un'altra: il 16:8 ti fa stare bene e riesci a tenerlo per mesi?

7. Scegli cosa fare con quello che è misurato

Su cosa favorisca davvero l'autofagia nessuno può prometterti un risultato, e il dato più netto sull'uomo arriva dallo sport. All'Università di Lovanio, in Belgio, atleti ben allenati hanno pedalato per due ore a bassa o ad alta intensità, una volta dopo aver mangiato e una volta a digiuno. Dopo lo sforzo intenso i marcatori sono cambiati in un modo che gli autori leggono come un aumento del flusso, sia a digiuno sia dopo il pasto. La loro conclusione è che nel muscolo umano l'intensità dell'esercizio pesa più della dieta.

Erano atleti, e anche qui il flusso è dedotto dai marcatori. Muoversi con regolarità ha benefici noti per conto suo, e un eventuale effetto sull'autofagia sarebbe un extra.

Cosa stai valutandoCosa si è visto nelle personeLa scelta sensata
Allungare il 16:8 a 20 o 24 ore per l'autofagiaNessuna misura a 16 ore; a 36 ore effetti modesti nel muscoloAllunga solo se ti trovi bene e per altri motivi
Un digiuno di 72 oreSegnali contrastanti in 8 uomini e muscolo che perde proteineSolo con il medico
Allenamento intensoPiù flusso nel muscolo di atleti, a digiuno e dopo il pastoSe sei in salute, inseriscilo per gradi
Uno schema di digiuno tenuto per mesiForse più flusso nel sangue rispetto al controllo, dato esplorativoScegli quello che riesci a mantenere
Integratori come la spermidinaDati sull'uomo limitatiLasciali sullo scaffale; se li prendi già, chiedi al medico

8. Fermati in tempo se allunghi il digiuno

Nei digiuni lunghi interrompi e mangia qualcosa quando compare uno di questi segnali:

  • Vertigini forti o la sensazione di stare per svenire.
  • Uno svenimento, anche breve: parlane con il medico prima di riprovare.
  • Palpitazioni, tremore o sudore freddo.
  • Confusione o nausea che restano anche dopo acqua e un pizzico di sale.

Senti il medico prima di qualsiasi digiuno se hai il diabete e prendi insulina o altri farmaci che abbassano la glicemia, se sei in gravidanza o allatti, se hai sofferto di disturbi alimentari, anche in passato, o se hai meno di 18 anni: in questi casi il digiuno è sconsigliato o va seguito da vicino. Per i digiuni oltre le 24 ore il parere del medico serve a tutti. Se stai pensando ai tre giorni, leggi prima la guida sui benefici del digiuno di 72 ore.

In breve

L'autofagia è un processo reale, e negli animali il digiuno la accende con forza. Nell'uomo i pochi studi sul flusso danno segnali deboli o da confermare, e nessuno fissa un orario. Scegli un digiuno che reggi bene e tieni l'allenamento nella tua settimana.

Domande frequenti

Dopo quante ore di digiuno inizia l'autofagia?

Nell'uomo nessuno lo sa. Le soglie di 16, 24 o 48 ore vengono da studi su animali e cellule, e nelle persone manca un esame validato per seguire il processo ora per ora.

Il digiuno 16:8 attiva l'autofagia?

Alla sedicesima ora nessuno l'ha misurata. In uno studio di sei mesi con digiuno intermittente e finestra alimentare il flusso nelle cellule del sangue è risultato più alto rispetto al gruppo di controllo, in un'analisi esplorativa ancora da confermare.

Si può misurare l'autofagia con le analisi del sangue?

Con gli esami di routine no. Alcuni laboratori di ricerca misurano il flusso nelle cellule del sangue, e anche lì resta da capire quanto il sangue rispecchi muscoli, fegato o cervello.

Serve un digiuno di 72 ore per l'autofagia?

Nessuno studio lo dimostra. In otto uomini sani 72 ore di digiuno hanno cambiato alcuni marcatori del muscolo in direzioni contrastanti, e intanto il muscolo perdeva proteine. I digiuni di più giorni vanno fatti solo con il medico.

L'allenamento aumenta l'autofagia?

In uno studio belga su atleti allenati, due ore di bici ad alta intensità hanno cambiato i marcatori del muscolo in un modo che gli autori leggono come più flusso, a digiuno e dopo il pasto. Con lo sforzo leggero il segnale era più debole, e gli autori concludono che l'intensità pesa più della dieta.

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Avvertenza medica: questo articolo ha solo scopo educativo e non sostituisce un parere medico professionale. Consulta sempre un professionista sanitario prima di iniziare o modificare un piano di digiuno o di alimentazione, soprattutto se hai una patologia, sei incinta o assumi farmaci.

Fonti

  1. Singh S, Sargeant TJ (2026). Increasing autophagy with fasting and diet: separating fact from fiction. Biochem Soc Trans, 54(10), 1497-1511. Vedi su PubMed
  2. Dethlefsen MM, Bertholdt L, Gudiksen A et al. (2018). Training state and skeletal muscle autophagy in response to 36 h of fasting. J Appl Physiol (1985), 125(5), 1609-1619. Vedi su PubMed
  3. Vendelbo MH, Møller AB, Christensen B et al. (2014). Fasting increases human skeletal muscle net phenylalanine release and this is associated with decreased mTOR signaling. PLoS One, 9(7), e102031. Vedi su PubMed
  4. Bensalem J, Teong XT, Hattersley KJ et al. (2025). Intermittent time-restricted eating may increase autophagic flux in humans: an exploratory analysis. J Physiol, 603(10), 3019-3032. Vedi su PubMed
  5. Schwalm C, Jamart C, Benoit N et al. (2015). Activation of autophagy in human skeletal muscle is dependent on exercise intensity and AMPK activation. FASEB J, 29(8), 3515-26. Vedi su PubMed

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